The Borderlands of Europe

In queste terre sotto le ceneri languiva l’infanzia d’Europa, il nostro oblio e le nostre paure, la storia si confondeva con il mito, il vero con l’irreale e le ombre di quelli spazzati dalla Shoah e dei deportati si mischiavano ai presenti. Mi sono spinta un po’ alla volta, sempre più a Est.

Foreste infinite e cavalli nel grano, stelle e lumini, rigagnoli nella neve, villaggi e formazioni di oche al tramonto, icone nella penombra, profumo di betulla e incenso, canzoni di pastori e battellieri, biascicar di preghiere, treni che si fermano in mezzo al nulla, cimiteri di popoli dimenticati o scomparsi, fiumi sotto la Luna. Periferie incantate, segnate dalla Storia.
L’Europa orientale è un mondo vicinissimo e sconosciuto. Povero eppure grandioso nella sua bellezza. I giornali non ne parlano. L’Ucraina, per esempio. E’ distante dall’Italia un giorno di automobile, ma pochi sanno cosa sia l’onda lunga delle sue colline. I turisti non ci vanno, sebbene la natura incanti e la gente sia fraternamente ospitale. Per arrivare in quei mondi non c’è più la Cortina di Ferro, ma restano le frontiere della Fortezza Europa. Attraversarle dà ancora il batticuore. Sono diventate centri di scambio e di corruzione. Nelle borse di plastica delle vecchie, nei pullman di linea e nei treni, pieni fino al tetto di cioccolata o raggi per biciclette, passa gran parte della mercanzia per gli straordinari mercatini dell’Est.
Se ci vai da semplice viaggiatore, la polizia s’insospettisce. Per ore i doganieri ti frugano biancheria, macchine fotografiche, agenda, passaporto. Ordinano di togliere il berretto e gli occhiali, di rimetterli, di ripetere il nome dei tuoi genitori. Ma non ascoltano le risposte. Sono semplicemente irritati che nei tuoi occhi non ci sia l’antica paura.
Ma quando sei oltre, il tuo diventa un viaggio del tempo. Lì i cambiamenti arrivano più lentamente che altrove. L’Europa orientale, tra Baltico e Mar Nero, è un serbatoio ineguagliabile del mondo di ieri. Come se il muro di Berlino fosse appena caduto, come se gli orrori del secolo ventesimo non avessero colpito proprio lì nel modo più devastante. Non sono solo le periferie d’Europa. Sono anche le periferie delle fedi. Periferie speciali, dove i monoteismi oggi in conflitto generano – a sorpresa – terreni di coabitazione. Ed è un mistero che proprio questi territori, devastati da tanti massacri e deportazioni, siano riusciti a generare una capacità di incontro che altrove il mondo sta perdendo.
Fedi passionali, che i chierici dell’Islam, del Cristianesimo o dell’Ebraismo bollano spesso come superstizione. Fedi popolari, radicate al territorio, all’anima delle acque, dei boschi, alla tomba di un profeta o di un santo. Ma capaci, anche, di travolgere le frontiere implacabili delle confessioni. Una risorsa formidabile, miracolosa e spesso ignorata.
Ho cominciato nell’inverno del 1985, sul confine orientale della Polonia che ho attraversato a piedi da Nord a Sud, per campi e boschi. Ho vissuto con contadini, pentecostali e carismatici, capaci di rompere, nell’estasi, ogni barriera di lingua e cultura.
In una foresta selvaggia, terra del grande movimento millenario e apocalittico negli anni Trenta, ho conosciuto un poeta che sapeva a memoria il Capitale di Marx, costruiva aspirapolveri per le mucche e aspettava l’arrivo di Messia alla fine dei tempi.
Il suo bosco era un’orchestra di suoni, il vento muoveva campane appese contro i cinghiali, e lui mi accolse come l’angelo mandatogli dal suo profeta Elia, un contadino carismatico sparito nei gulag sovietici. Da allora non ho smesso di cercare e il viaggio alle periferie dell’Europa è diventato un viaggio nelle genti di Dio. All’inizio è stato una ricerca delle frontiere fisiche tra popoli e confessioni. Oggi, con questa nuova mostra, si cerca nelle frontiere metafisiche, anzi magiche, dove quei popoli e quelle confessioni riescono a toccarsi nonostante le orrende memorie che li dividono.E’ il viaggio in un labirinto di meraviglie, troppo complesso per un mondo mediatico che banalizza e semplifica. Chi racconta, oggi, dei discendenti dei guerrieri tartari, musulmani e allo stesso tempo grandi patrioti polacchi? Chi narra delle tombe dei grandi zaddiq, dove ancor oggi vengono gli ebrei «chassidim» da tutto il mondo, per lasciarvi una supplica, ma di fretta, con addosso la paura di quella terra ridotta a cimitero dai totalitarismi? Una scoperta continua. Nella gelida, vuota casa padronale dove abitò il grande poeta Czeslaw Milosz, trovi un polacco adottato dagli zingari che è diventato custode dei segreti dei rom, un popolo che non rivela se stesso a nessuno. E poi i libri, le croci e le icone sacre nelle case dei «Vecchi credenti», gli ultra-ortodossi scismatici che respinsero le riforme liturgiche russe del Seicento. Genti rimaste alla fede medievale, perseguitate, messe al rogo, espulse. Disperse in Polonia, Moldavia, Romania, Bulgaria, Siberia e nei più disparati angoli della Terra. E poi, sui Carpazi dimenticati fra Slovacchia e Polonia, i Lemki (o Ruteni), una minoranza ucraina di religione ortodossa e greco-cattolica. Nel XX secolo furono gettati nei campi di sterminio e lavoro forzato, ingoiati nelle guerre altrui, deportati coi carri bestiame nelle terre stremate dalle guerre, pogrom o fame, con l’unica colpa di avere genealogie incerte e di vivere in una terra che Stalin voleva semplificare etnicamente.
Oggi un lago artificiale ha sepolto le loro cupole di legno a forma di fiamma ardente, la storia del secolo breve ha cancellato la memoria di una grande coabitazione. In alto, tra le querce, stavano gli Ebrei, sui prati scivolosi in pendenza forte i Lemki, in basso, sul fiume ribelle, gli Zingari. Secoli di convivenza da laboratorio, di musica «bastarda» nelle feste di nozze, di rituali, fiabe e miti incrociati nell’assoluta incoscienza dei segni e simboli altrui. Ora trovi intorno solo i prugni inselvatichiti, o, nelle rovine di un cimitero, dei Cristi con la testa spaccata. O le lapidi ebraiche con le quali i nazisti costruirono strade e ponti. Leoni, grifoni alati, candelabri spezzati, il pianto chiuso nella calligrafia fatta curve, cerchietti e puntini sulla pietra lisciata dai torrenti. Solo così, viaggiando per anni, a piedi, in bicicletta, su slitte e trattori, dormendo in letti di legno, fienili e stalle, impari a scavare nei confini delle fedi, a conoscere la dolcezza d’attesa e insieme l’impazienza di parlare con i vecchi prima che spariscano col loro carico di memorie. Impari, anche, a riconoscere, da segnali impercettibili, l’esistenza di mondi perduti per sempre.
Il viaggio continua, nei monasteri ed eremitaggi carpatici, sulle montagne annerite dalle candele degli Armeni, dagli Hutzuli, i geniali musicisti e guaritori dei Carpazi orientali. E poi va oltre, nel mondo carpatico, e anche l’orizzonte fisico si amplia, in una nebulosa di luoghi ignorati, fino ai confini del Mar Caspio e oltre. Tra le montagne delle pietre ardenti, il Caucaso,
E poi ancora i monti Rodopi in Bulgaria, devastati dal comunismo ma dove puoi sentire centinaia di zampogne suonare sotto le stelle. E poi viaggi ancora verso la Seconda Roma, dove il Bosforo ti attira come un imbuto, nella Istanbul più segreta dove ebraismo, islam e cristianesimo d’oriente hanno generato forme di devozione meticcie e irripetibili, una fede aperta molto più antica delle riforme di Ataturk, figlia di una grande anima nomade. Quella nata nelle steppe fra Asia Centrale e Altopiano Anatolico.
Il tema dei Rom, disseminati nel mondo tra Baltico e Mar Nero, diventa con naturalezza il filo rosso di questo viaggio nomade. S’intreccia con storie di deportazione e persecuzione, di reciproca penetrazione o convivenza sofferta. Storie, talvolta, segnate dal passionale appropriarsi di fedi altrui. In un senso o nell’altro, mai storie di indifferenza. L’estraneità tra nomadi e autoctoni è definita e definitiva, anche quando il Rom è sedentario da generazioni.
E’ seguendo questo filo rosso che trovi altri mondi ancora, i campi infiniti fra Tibisco e Danubio dove Emir Kusturica ha ambientato i suoi film saturi di metafore e follia, il grande Delta del fiume d’Europa, labirinto di uccelli e popoli in fuga. I solitari monasteri della Bucovina, nella Romania occidentale, affollati di dipinti anche all’esterno. E appena oltre, in Ucraina, le terre dove scrisse e dipinse Bruno Schulz e Martin Buber ebbe la sua infanzia, i boschi che in antico furono un bastione contro i tartari, e dove oggi, in un monastero come quello di Pocajev, un’architettura cattolica, quasi bavarese, si sposa con l’ortodossia più antica e passionale.
La chiesa cristiana d’oriente è un’inesausta fonte di spiritualità. Nonostante le sue gerarchie si siano fortemente compromesse col comunismo e col nazionalismo spinto, essa emana, a livello popolare, una forza magica di grande attrazione. Le eresie e gli scismi sembrano la chiave per conoscerne i temi più importanti, difficili talvolta da inquadrare: spezzandone la struttura consolidata, la misurata regolarità, paiono svelare le caratteristiche più rilevanti dell’inconscio religioso. Crogiolo di mondi distinti, che si penetrano ed interagiscono, con diffidenza o compassione, con indifferenza o paura. Mormorar di preghiere, baci su libri, icone, reliquie, croci. Girare sulle ginocchia intorno a montagne sacre. Prostrazioni, processioni, pellegrinaggi. Il bisogno del sacro. Intemperante, smodato. Fatto di anima e corpo. Monika Bulaj, introduzione alla mostra GENTI DI DIO

 

Il viaggio nei territori spirituali della yiddishkeit e in quelli residuali e rinascenti del khassidismo che Monika Bulaj ha compiuto e ritessuto ripetutamente in questi tempi di atroce tirannia del danaro e di globale volgarità, ha del miracoloso. Il suo racconto si dipana con accenti umani stupefacenti e sconvolgenti appena oltre il confine della cotenna conformistica di noi occidentali smarriti e protervi.  A distanza di ottant’anni ritroviamo nelle pagine di “Genti di D-o” il ritmo “giornalistico” e la passione letteraria del grande Joseph Roth di Juden auf Wandershaft, il mitico reportage che seppe raccontare l’Ostjudentum ancora vivo e pulsante nella cornice di un crepuscolo struggente e malinconico, proprio sul limitare della sua estinzione. Come è stato possibile a questa affascinante (…)  fotografa e scrittrice polacca restituirci le emozioni vive dell’ebrezza khassidica del divino oggi, a distanza di oltre sessant’anni dall’annientamento quasi totale di quell’umanità? Le è stato possibile perchè Monika come una rabdomante sa cogliere nell’immagine e nella parola l’inarrestabile energia spirituale che promana dal “resto”, dalla densità vitale dei pochi sopravissuti al hurbn, la distruzione degli ebrei voluta dai nazisti e vilmente accettata dall’Europa. La fibrillazione laicamente estatica che si percepisce inarrestabile nei gesti della Bulaj siano essi scatti o parole promanano da un’energia prepotente, il dybbuk dell’ebraismo polacco ridotto in cenere che la possiede. Di questo terribile crimine, tuttora percepito con sentimenti di insofferenza, vissuto ancora con malcelato fastidio ed irritazione da molti cittadini del suo paese, Monika si fa implacabile evocatrice, quasi a volere riportare alla vita i suoi ebrei polacchi con un personalissimo yizkor, il dovere irrefutabile di ottemperare al precetto biblico: Ricorderai!. “Genti di D-o turberà a lungo le mie notti e i miei giorni” perché lascia intravvedere la possibilità che un giorno non lontano, sulla terra d’Europa, ritorni a spandersi lo spirito degli annientati tallonato dall’anima inquieta di Monika, testimone instancabile del fervore mistico di ebrei estremi che non cessano di cercare nella Torah il D-o assente che non ha luogo, che non si vede, che non si sente se non nel silenzio, il cui nome è impronunciabile e la cui esistenza può essere solo allusa attraverso gli spasmi di una “follia” eccessivamente umana. “Il viaggio di Monika” , Moni Ovadia, introduzione al libro  GENTI DI DIO

 

 

Sono riflessi di un’unica luce i tredici racconti di viaggio di Monika Bulaj. Ma quello che più impressiona di questo mondo è la quotidianità di gesti ed espressioni, l’universitalità di usanze a prima vista così particolari, la ricchezza di umanità che traspare da paesaggi, figure, racconti. Eppure, nonostante l’abisso del male, i riflessi di quella luce non cessano di baluginare: un fotogramma o una parola pos- sono esaudire il comandamento biblico della memoria, possono rendere nuovamente presente ciò che non è mai passato perchè appartiene al futuro dell’umanità.
padre Enzo Bianchi «La Stampa»

 

Monika Bulaj non è una fotografa che insegue la luce ma una cacciatrice di penombre. Non potrebbe essere diversamente: il buio è il luogo d’elezione del sacro, che è mistero appartato dietro a iconostasi, annidato in fondo a cripte e catacombe, oltre candelabri e nubi d’incenso. La luce è il Dio del catechismo e delle religioni codificate. L’ombra è altro: la casa dell’Entità inafferrabile. Lei ne ha solo tratto le conseguenze.
Per cercare le vibrazioni della penombra, questa polacca figlia del Grande Freddo sa infilarsi come una donnola negli spazi più intimi, in modo felpato, senza rumore. Talami, stalle, focolari. Una ladra perfetta. Ma qui viene il bello: i derubati la accettano senza esitare, le danno fiducia, le offrono ospitalità, ricambiano il suo interesse col rispetto. Basta quel suo mezzo sorriso che ringrazia, chiede scusa e poi s’accende di curiosità anche davanti all’ultimo degli ultimi, nel più sperduto dei villaggi.
Al di là della bellezza delle foto – la sua ricerca della bellezza pittorica anche in luoghi infernali di umanità disperate è lontana anni luce dall’andazzo dominante dei tabloid – è proprio questa velocità d’approccio che impressiona. Non importa l’ambiente: funziona sempre. La accettano iraniani e sudanesi. Pallidi bielorussi e bengalesi color del bronzo. Ebrei ultraortodossi d’Israele e mistici marocchini dell’Islam più recondito. Turchi degli altopiani oltre il Tigri e albanesi delle montagne selvagge. Pannonici dei grandi fiumi e Tuareg del deserto, nella Libia profonda.
Nelle sue foto domina il giallo pastoso, il timbro caldo delle candele. Lo stesso fuoco primordiale illumina cristiani, ebrei, musulmani, e in quel giallo-oro i tre monoteismi svelano impressionanti affinità. Genuflessioni, mormorii, lettura di testiti venerabili, litanie, sgranar di rosari. Attraverso questo eccezionale reportage, le tre religioni si svelano abitatrici dello stesso spazio. Paguri, quasi; inquilini di conchiglie cui la natura non consente di restar vuote.
Tutto il suo racconto per immagini si consuma nelle ore di trapasso dal giorno alla notte, e viceversa. Monika si alza prima dell’alba, smette quando la gente è tutta sveglia. Spesso crolla poco dopo il buio, s’addormenta di un sonno totale in qualsiasi luogo, come un contadino. Quando serve, resta sveglia anche tutta la notte, come nel Santo Sepolcro, per vedere i pellegrini affranti di fatica. O a Sfat, la città santa degli Ebrei ultraortodossi, incendiata dai falò e nereggiante di neri cappelli.
Viaggiare con lei apre spazi nuovi d’indagine, aiuta a vedere e a capire. Puoi cogliere l’alba dal Monte Nebo, come Mosé morente in vista della Terra Promessa. Vivere l’incendio di un sancta sanctorum pieno d’incenso al primo raggio di sole del mattino. Sentire le vibrazioni di un canto millenario provenire dal fondo di una cripta. Fissare nella memoria l’istante sublime di una sera color prugna su altopiani verso l’Iran, quando i contadini si appartano per pregare.
Viaggiare in tutto questo ci aiuta a capire le nostre radici cristiane, che non stanno affatto a Occidente, come sostengono in troppi, ma nella terra dove sorge la luce e Dio abita nel buio. Paolo Rumiz «La Repubblica»

 

Attilio Scarpellini, Rai Radiotre

Gazzetta Italia, La fotografia come strumento antropologico