Dove gli dei si parlano

performing reportage

i m m a g i n i     r a c c o n t i     f i l m     s u o n i

di e con Monika Bulaj

durata 60 minuti

Lo spettacolo è disponibile in due versioni: con la musica registrata, e con le musiciste: violino, voce: Katarzyna Kapela – Sutari trio/Timingeriu band; percussioni, voce: Patrycja Batley – Kayah & Transoriental Orchestra.

Il repertorio: improvvisazioni, il canto siriaco della resurrezione, niggun ebraico, Tebe Poem- il canto ortodosso, Gui gui – il canto bulgaro, il canto sufico di adorazione, etc.

 

Mi piace il pensiero che ci siano luoghi dove il sacro rompe i confini. Luoghi, momenti, atmosfere in cui i Popoli del Libro rivelano la propria parentela e l’appartenenza a una stessa famiglia umana, con o senza Libro. Danze, sfioramento di corpi, carezze alle reliquie. Passaggio della soglia tra sacro e profano, tra luce e ombra. E ancora: infinita ripetizione, prostrazione, sgranare di rosari. Si tratta di luoghi, suoni, gesti, atmosfere, abbigliamenti, luci, percorsi.

Questo è un viaggio attraverso una mappa celeste che ignora i muri eretti dai predicatori del conflitto globale, dal cuore dell’Asia all’America Latina, dal Maghreb al Medio Oriente.

Questo lavoro è cambiato negli anni. All’inizio documentavo

piccole e grandi religioni all’ombra di guerre antiche e recenti,

e sulle loro ceneri. Poi, ad un certo punto, sono state le mie

immagini a cercarmi, a parlare da sole, raccontando delle preghiere

e dei sogni, dell’acqua e del fuoco, della memoria, del

teatro della festa dei morti, della via dei canti.

Ora quello che faccio è una cosa semplice, quasi infantile: raccolgo

schegge di un grande specchio rotto, miliardi di schegge,

frammenti incoerenti, pezzi, atomi, forse mattoni della torre

di Babele. Forse questo può fare il fotografo, raccogliere tessere

di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine

che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando

quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte

c’è, o forse c’era e s’è perduta, come la lingua di Adamo.

 

“Dove gli dei si parlano  (…) è un’impresa davvero unica. Da qualche parte sui confini. Nell’incrocio, laddove in una direzione ci sarebbe il teatro, nell’altra una conferenza performativa, nella terza una mostra fotografica, nella quarta un concerto, nella quinta un incontro con la Storia e le storie. (…)

Le opere fotografiche di Bułaj sono micro-narrazioni emotive. Belle come le opere dei maestri olandesi della “Golden Age”. Allo stesso tempo sensuali ed eteree. Cercando di catturare le cose più sottili, ovvero l’uomo in contatto con il sacro. Allo stesso tempo, Bulaj non commenta tanto le fotografie in successione, quanto ci accompagna in un viaggio attraverso religioni e paesi esotici, attraverso questi “luoghi non scontati” e “luoghi-ponti”, monasteri, villaggi e tribù. Le sue osservazioni possono essere divertenti, sentimentali, brillanti, originali e belle, oltre che toccanti, intriganti, profonde e significative. Tutto questo ipnotizza e inebria. Ti mette in trance.

Nelle sue foto Bulaj il più delle volte è vicina, sorprendentemente vicina alle persone, come se fosse un’emissaria di quell’altra dimensione che le guarda, verso la quale sono dirette le loro richieste e speranze. È una vera sfida, che intraprende ancora e ogni volta nonostante i numerosi pericoli, le attrezzature danneggiate, le malattie esotiche in agguato da tutte le parti, in attesa per molte ore, molti giorni, in veri e propri giochi di spionaggio. Perché lo fa? Perché “la fotografia è un privilegio” – come ha spiegato nella conversazione post-spettacolo, che si è rivelata non meno affascinante dello spettacolo stesso. Bulaj è un esempio di artista pienamente responsabile con un senso della missione molto personale. È un’artista priva di pathos a buon mercato e del desiderio di scioccare, ma affida un ruolo enorme alla sensibilità etica e al rispetto dei confini stabiliti. Quando dice dei suoi personaggi: “Darei l’anima per capire di cosa ridono”, sentiamo una carica di delicatezza e sincerità del tutto disarmante e ammirevole, che raramente si trova oggi”.

Wędrówki i rozdroża”, Henryk Mazurkiewicz, 16.12.19