Dove gli dei si parlano

performing reportage

i m m a g i n i     r a c c o n t i     f i l m     s u o n i

di e con Monika Bulaj

durata 60 minuti

Le ultime oasi d’incontro tra fedi, zone franche assediate dai fanatismi armati, patrie perdute dei fuggiaschi di oggi. Luoghi dove gli dei parlano spesso la stessa lingua franca, e dove, dietro ai monoteismi, appaiono segni, presenze, gesti, danze, sguardi. In una parola: l’uomo, la sua bellezza, la sua sacralità inviolabile, ostinatamente cercata anche nei luoghi più infelici del Pianeta, seguendo il sole, la luna, le stagioni, i culti e i pellegrinaggi, in una “mappa celeste” che ignora gli steccati eretti dai predicatori dello scontro globale. Un mondo parallelo e poco raccontato che va dall’Asia centrale all’America Latina, dalle Russie al Medio Oriente, e ti riconsegna la bellezza nella contaminazione: i riti dionisiaci dei musulmani del Magreb, il pianto dei morti nei Balcani, i pellegrinaggi nel fango degli Urali, l’evocazione degli dèi in esilio oltremare, sulla rotta degli “scafisti” di un tempo, a Haiti e Cuba, dove la forza spirituale della terra madre diventa rito vudù, santeria, rap mistico, samba, epitalamio e mistero. E ancora il cammino dei nomadi dell’Asia, che si portano dietro le loro divinità, come gabbiani dietro a una barca da pesca nel deserto. Dal 11 settembre 2001 a oggi.

Questo lavoro è cambiato negli anni. All’inizio documentavo le piccole e le grandi religioni nelle ombre delle guerre antiche e recenti.
Ad un certo punto sono state le mie immagini a cercarmi, a parlare da sole, raccontando delle preghiere e dei sogni, dell’acqua e del fuoco, della memoria, del teatro della festa dei morti, della via dei canti. Ora quello che faccio è una cosa semplice, quasi infantile: raccolgo schegge di un grande specchio rotto, miliardi di schegge, frammenti incoerenti, pezzi, atomi, forse mattoni della torre di Babele…
Forse solo questo può fare il fotografo: raccogliere tessere di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando, quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è, o forse c’era e s’è perduta, come la lingua di Adamo.

 

“Dove gli dei si parlano  (…) è un’impresa davvero unica. Da qualche parte sui confini. Nell’incrocio, laddove in una direzione ci sarebbe il teatro, nell’altra una conferenza performativa, nella terza una mostra fotografica, nella quarta un concerto, nella quinta un incontro con la Storia e le storie. (…)

Le opere fotografiche di Bułaj sono micro-narrazioni emotive. Belle come le opere dei maestri olandesi della “Golden Age”. Allo stesso tempo sensuali ed eteree. Cercando di catturare le cose più sottili, ovvero l’uomo in contatto con il sacro. Allo stesso tempo, Bulaj non commenta tanto le fotografie in successione, quanto ci accompagna in un viaggio attraverso religioni e paesi esotici, attraverso questi “luoghi non scontati” e “luoghi-ponti”, monasteri, villaggi e tribù. Le sue osservazioni possono essere divertenti, sentimentali, brillanti, originali e belle, oltre che toccanti, intriganti, profonde e significative. Tutto questo ipnotizza e inebria. Ti mette in trance.

Nelle sue foto Bulaj il più delle volte è vicina, sorprendentemente vicina alle persone, come se fosse un’emissaria di quell’altra dimensione che le guarda, verso la quale sono dirette le loro richieste e speranze. È una vera sfida, che intraprende ancora e ogni volta nonostante i numerosi pericoli, le attrezzature danneggiate, le malattie esotiche in agguato da tutte le parti, in attesa per molte ore, molti giorni, in veri e propri giochi di spionaggio. Perché lo fa? Perché “la fotografia è un privilegio” – come ha spiegato nella conversazione post-spettacolo, che si è rivelata non meno affascinante dello spettacolo stesso. Bulaj è un esempio di artista pienamente responsabile con un senso della missione molto personale. È un’artista priva di pathos a buon mercato e del desiderio di scioccare, ma affida un ruolo enorme alla sensibilità etica e al rispetto dei confini stabiliti. Quando dice dei suoi personaggi: “Darei l’anima per capire di cosa ridono”, sentiamo una carica di delicatezza e sincerità del tutto disarmante e ammirevole, che raramente si trova oggi”.

Wędrówki i rozdroża”, Henryk Mazurkiewicz, 16.12.19