Viaggio al termine del Kosovo

Ci sono luoghi dove il miracolo si compie e la catena delle vendette si rompe. Persino nei Balcani. Persino in Kosovo, la terra degli odi inestinguibili, dove serbi e albanesi si sono massacrati nel modo più brutale a partire dal 1998, agonia finale della Jugoslavia. Posti così li trovi talvolta oltre i bordelli, le bande armate, la miseria, il contrabbando, le auto blindate, in fondo a labirinti di vie buie, oltre la puzza di copertoni bruciati, la polvere di carbone e il frastuono dei generatori. Succede a Gjakove, per esempio, arcinota capitale balcanica del traffico di prostitute dell’Est – schiave destinate al “mercato” italiano, tedesco, francese – completamente gestito dalla mafia di lingua albanese.

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Nel Carshia e Madhe, cuore del borgo ottomano di Gkajove, che fu distrutto dai serbi e  dal “fuoco amico” Nato, riconosco sentieri, sguardi, trame. Ci sono i Bektashi, venuti secoli fa da Khorasan – la fucina dei maestri sufi erranti che battevano i sentieri tra Samarcanda e Bagdad. «Siamo tutti fratelli e la nostra casa è il mondo», mi dice il loro baba. Ritrovo gli Aleviti dell’Anatolia che roteano attorno al palo sacro come farfalle attorno al fuoco, un esercito di tredici milioni di anime, chiamate dai turchi “minoranza”. Riconosco  i Nakshbandi afghani, monaci sapienti come benedettini, solo che si sposano, e poi i Qaderi libici in estasi nella danza, i Rifai urlanti egiziani che si trafiggono il corpo. Ritrovo storie di vergini e santi taumaturghi, ospitalità antica, senso dello humour e  della bellezza… quella bellezza così estranea al mondo che si spalanca fuori da queste nove porte.

Perché in Kosovo oggi, è guerra anche all’estetica. Il bazooka contro gli affreschi dei monasteri,  il cemento contro i muri di mattoni crudi, le discariche a cielo aperto contro i giardini fioriti. L’irreale bellezza dei monasteri blindati e i monumenti alle auto dei comandanti dell’UCK; Madre Teresa in granito, condannata a guardare un trafficante col mitra sul piedistallo; casa bianca in miniatura e stanza ovale nell’ufficio di un sindaco a Klina; il ponte sull’Ibar a Kosovska Mitrovica, dove tra recinti di cemento armato e sacchi di sabbia, ragazzi albanesi e serbi sfilano su rive separate, sfidandosi a colpi di bandiere, trombe tzigane, molotov e pietre.

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VIAGGIO AL TERMINE DEL KOSOVO, Il Venerdì di La Repubblica, 6 febbraio 2015

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