Teatro

NUR. Appunti afghani

performing reportage

i m m a g i n i     r a c c o n t i     f i l m     s u o n i

di e con Monika Bulaj

regia di Daria Anfelli

“…Per gli ultimi vent’anni ho camminato a Est, attraverso campi e foreste, dalle frontiere dell’Europa orientale fino all’Asia Centrale, per il Caucaso, la Russia, l‘Africa del Nord, il Medio Oriente, l’Iran, alla ricerca di posti deve il sacro rompe i confini. Ho incontrato gente umile, ho ascoltato le loro preghiere e ho condiviso il loro pane.
Sono partita per l’Afghanistan attraversandolo a piedi, in camion, in autostop, a cavallo o su uno yak.
Senza mai essere “embedded”, dividendo con gli afghani fame, paura, casa, fatica, dal confine iraniano a quello cinese del Wakhan, per guardare non dall’oblò di un blindato, ma con l’occhio dell’afghano che lo guarda dalla strada. Per sentire, anch’io indifesa, la paura della gente.
Kabul nelle notti d’inverno, il suo arcipelago di villaggi abusivi senza fogne, elettricità, dove i bambini si alzano alle quattro del mattino per conquistarsi la loro pesante tanica d’acqua.
Le cerimonie cantate dei sufi, i riti di magia per compensare l’assenza di medicine, i villaggi interamente oppiomani, perché non esiste altra difesa dal dolore.
Le spose vendute per debiti, gli hamman maschili, il culto del corpo del guerriero afghano del XXI secolo nelle body-gym, la nuova epidemia delle autoimmolazioni, le mine anti-uomo che aumentano anziché diminuire.
Il lavoro solitario e unico di Emergency e dell’ICRC di Alberto Cairo, e poi i riti clandestini sciiti, le lettere con minaccia di morte affisse di notte dai talebani alla porta di chi osa mandare le proprie figlie a scuola.
Che ne sappiamo di tutto questo?
A chi importa dei Kuchi, ultimi nomadi e ultimi degli ultimi, privati dei loro pascoli e ridotti a larve nelle città, in casa-buche dove metà dei neonati non sopravvive all’inverno?
Ormai tutti gli afghani stanno diventando Kuchi, displaced people, seduti sui loro fagotti in attesa di una fuga impossibile. Un popolo, nonostante questo, capace di ridere e di giocare con passione, ascoltare musica e ballare, cantando a voce alta. Ed ecco l’allegro barbiere che fu Osama bin Laden in una fiction televisiva, il gioco d’azzardo attorno a eserciti di pulcini in guerra nel teatrino di quartiere, le risa intorno alle lotte rituali tra cammelli. Le famiglie dei talebani al fronte, i capi assassini pentiti, i bambini che hanno dovuto decapitare un ostaggio come rito iniziatico, una donna kamikaze, le bambine nomadi prostitute, la lotta senza speranza dei kirghisi sulle montagne desertiche del Nord.
E poi il continente femminile, le donne, i loro sogni, la sessualità, le aspirazioni, la lotta contro la depressione e l’autorealizzazione in un soffocante contesto tribale. Una panoramica che rompe i nostri pregiudizi e tabù”.
Monika Bulaj

Sulla scena Monika Bulaj tesse un racconto che fluisce assieme alle fotografie, una tela che avviluppa lo spettatore nell’abbraccio dell’Asia, dell’Afghanistan, nella sua polvere, nella luce e nella catena dei destini antichi e contemporanei della sua gente schiacciata fra bellezza e terrore.
Lo spettacolo racchiude un viaggio intero in poco più di un’ora, distillato ottenuto da un lungo percorso di costruzione di immagini, musica, film, suoni e parole, reportage in azione che ci spalanca un Afghanistan molto diverso da quello che siamo abituati a conoscere dai media.
Daria Anfelli

Il video è stato realizzato da Francesco Comello durante la prima nazionale dello spettacolo “Nur. Appunti afghani” nel ex-convento di San Francesco a Pordenone.