Kurdistan. Fuga dall’IS

Quella sera a Istanbul penso di aver sbagliato imbarco. L’aereo su cui mi trovo non può essere diretto in Iraq.     A bordo ci sono donne di bellezza ed eleganza principesca, bambine in divise variopinte, regali lussuosamente infiocchettati, un’aria da festa contagiosa e leggera. E invece no, sono sul volo giusto. E’ la vigilia della festa di Novruz, il capodanno persiano, e io assisto al surreale rientro in patria dei migranti curdi dalla città del Bosforo. Di notte, il respiro dei neonati culla il nostro aereo in rotta verso la guerra.
Come vent’anni fa nei Balcani, tutto, oggi in Medio Oriente, celebra l’intima vicinanza tra normalità e orrore. Laddove i monti Zagros, per esempio, sembrano ancora incerti se diventare o meno pianura, ancora sospesi sulla smisurata distesa alluvionale del Tigri segnata da fosse comuni, violenze, popoli in fuga, orrori firmati Isis e bombardamenti del governo di Bagdad sui suoi stessi civili intrappolati, eccoti la sorpresa di Sulaymanieh, città dalle mille e una luce, una Dubai dal volto umano, un’oasi di pace a un centinaio di chilometri dagli scontri. Sulaymanieyya, con marciapiedi ben fatti, parchi di una raffinata bellezza persiana, poeti in marmo su piedistalli e tassisti di un’onestà disarmante.
In questa città a maggioranza curda nessuno chiude a chiave la porta di casa, nemmeno la notte. Non la chiudono neanche i medici e infermieri italiani di Emergency distaccati in questa regione dell’Iraq. E’ come se li sentissi tirare il fiato proprio qui, nel cuore di uno dei Paesi più infelici della Terra. Dopo l’assedio a Misurata in Libia, dopo l’incubo di ebola in Sierra Leone e i fili spinati di Kabul, persino una città irachena può diventare un’oasi. E’ con loro che seguo i popoli martiri in cerca di aiuto nella tempesta dell’estremismo islamista e la fuga degli arabi sunniti in fuga dalla loro stessa identità, nei campi profughi dove Emergency costruisce e gestisce centri medici efficienti e modernissimi per masse umane che nessuno riesce più a contare.
«Appaiono di qua e di là… sbucano dal nulla come portati dal vento, e sono respinti da tutti», raccontano. Hawar, al capo del primo ospedale Emergency per le vittime delle mine anche italiane (allora della guerra Iraq Iran), cucina spiedini di agnello per quaranta persone, mentre Elisa dalla contagiosa allegria ride anche nei sogni. E c’è Luigi, infermiere colto e dolce, e Marina che a Lashkargah, con 45 gradi all’ombra, fa il ramadan assieme ai pazienti afghani, solo per capire. E poi Giuseppe, giramondo esperto nella regia dei sistemi sanitari sotto stress e nella confezione di zuppe d’aglio, o Marcello che come un alchimista gira il mondo per trasformare i fiumi in acqua potabile per migliaia di sfollati.
Per celebrare il Novruz, Faris il curdo, direttore del reparto riabilitazione dell’ospedale, suona il liuto con infinita dolcezza e dice: «Sì, noi curdi riceviamo i profughi arabi. Impensabile il contrario» . E intanto Hawar, sorridendo: “Da qualche tempo voi italiani non fate più le mine anti-uomo. Ma la componentistica per costruire armi altrettanto letali, quelle continuate a produrle”.
Paradossi del mondo curdo: proprio la terra che ha sofferto più migrazioni – talmente tante da avere ben sette nomi per definire ciò che in Europa ha un nome solo, “esodo” – è diventata la casa di tutti, il porto, l’ultimo rifugio del Medio Oriente per i civili iracheni e siriani in fuga. E chissà se questo merito, di cui così poco si parla, diventerà una chance di sopravvivenza per uno dei popoli che più hanno sofferto la tempesta infinita delle guerre arabe.

 

 

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Sempre a Sulaymaniyya, nell’antica chiesa caldea dedicata alla Vergine Maria  in un vecchio quartiere di artigiani del sapone, trovo Miryam, anni sette, grandi occhi neri pieni ancora di meraviglia. I suoi hanno trovato qui rifugio dalla furia degli estremistii Daesh. Sono i cristiani di Qaraqosh, simbolo stesso della complessità del Medio Oriente: curdi iracheni che non parlano curdo, ma pregano in arabo e parlano in aramaico. Qui sono un centinaio, insegnanti e medici, professionisti, commercianti, artigiani, e persino un veterinario. La donna che mi porta il thè con le mandorle tostate ha un fratello rapito dalle milizie dell’Isis.
In questa stessa chiesa è stata trasferita a suo tempo la comunità monastica siriana fondata nell’84 a Deir Mar Musa da padre Paolo Dall’Oglio, rapito due anni fa e del quale non vi sono più tracce. Oggi ne è rimasto un solo monaco, padre Jens, tedesco dalla vita romanzesca, figlio di un militare della Wehrmacht rimasto a Creta dopo la sconfitta nazista. Dopo un lungo errare sull’isola e tre mesi con i beduini nel deserto, Jens è approdato al monastero di Mar Musa, che definisce con nostalgia «quasi una trappola di bellezza». E aggiunge: «Da allora mi sono sempre sentito al posto giusto nel momento giusto». Ma è come se dicesse: ecco cosa abbiamo perduto.
L’anno scorso padre Jens ha accolto a Sulaymanieh un centinaio di profughi cristiani. Incontrandomi, mi esorta: «Vai a trovare padre Jacques Mourad, priore del monastero di San Elia di Qaryatayn in Siria. Jacques crede che padre Paolo sia vivo». Jens non sa che di lì a poche settimane anche padre Mourad sarà rapito, subito dopo aver a sua volta dato rifugio ad altri profughi cristiani, quelli in fuga dai combattimenti attorno a Palmira.
Nella chiesa cristiana solo un tessuto verde separa la navata dalle stanze dei profughi. Padre Jens sposta il bucato dai banchi, mette al centro il Vangelo e siede scalzo con i bambini in cerchio, e tutti insieme pregano, per quelli che mancano, per coloro che hanno scelto la via della violenza, per gli stessi carnefici nel loro inferno, e purché sia concesso il potere del perdono, «un perdono che non può esistere senza giustizia».
«L’Islam dei radicali è un’eresia. Ma io non posso giudicare. Devono farlo i musulmani stessi. E molti lo fanno. Centoventi ulema hanno scritto una lettera aperta a Bahdadi dove contestano con le armi della teologia l’insegnamento di Isis. Questi estremisti non hanno memoria del passato, non conoscono la profondità del Corano”.

 

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Che approdo di popoli. Quindici emigrati curdi sono arrivati al campo di Arbat, da Svezia, Inghilterra, Germania, tutti rientrati in patria per la festa del capodanno persiano, e per tre giorni si sono offerti di tagliare i capelli a centinaia di bambini, yazidi, arabi, curdi. C’è Tashtè per esempio, che lavora sulle piattaforme petrolifere in Norvegia, nel freddo e nel buio. « I tempi sono difficili ma proprio questi tempi sono la speranza dei curdi. Siamo nelle mani di Dio.».
Aiuto Maruyam, una bambina yazida, a portare l’acqua. Mi dice di non andare in una parte del campo: “Vi abitano gli arabi. Sono senza Dio”. E intanto tra gli arabi è giorno di lutto per la morte di Saba Nijiris, centoduenne capostipite della tribù Albuhishmah, la grande madre del Iraq. Vedo cento uomini seduti in silenzio, figli di una cultura antica che celebra il rispetto per gli anziani, l’incontro, il rapporto personale.
A. mi prega di non scrivere il suo nome. E’ uno specialista delle fibre ottiche per conto di una ditta cinese, ha 4 figli e la vita ridotta a una tenda nel fango. Viene come quasi tutti arabi qui dalla provincia Salah al din. «Non possiamo scappare nel sud, ci ucciderebbero, sia il Daesh, sia il governo sciita. I curdi sono la nostra unica chance. Sono più tolleranti di noi arabi. Per loro conta la legge, non religione o etnia, e se sbaglio io, puniscono me, non la mia famiglia. Il governo iracheno ucciderebbe tutta la mia tribù se una sola persona della mia famiglia avesse seguito i Daesh”. Un’infermiera lo contraddice: “L’Isis è venuta a liberare la città, per vivere in pace, e non ha mai attaccato civili”. Ma per le Nazioni Unite la situazione è disperata, i civili con donne e bambini sono presi tra due fuochi e ridotti a mangiare corteccia d’albero. Un milione di profughi da spostare.
Cammino sulla terra dei Sumeri, e intanto piove a dirotto, il campo si trasforma in un fiume di fango, diventa Babele ma anche Diluvio. “Guarda – mi dice un uomo sotto una tenda – è la staffetta del destino, il cerchio che non si chiude, il tempo che non finisce”. E mi parla di settemila anni di lacrime di pentimento, le lacrime di un angelo infedele, quello degli Yazidi. Lacrime che avrebbero potuto estinguere il fuoco del inferno. Qui le lacrime sono un oceano, ma l’inferno continua.

 

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FUGA DALL’IS, La Repubblica, 31 maggio 2015                                            © RIPRODUZIONE RISERVATA