Journey to the End of Kosovo

Ci sono luoghi dove il miracolo si compie e la catena delle vendette si rompe. Persino nei Balcani. Persino in Kosovo, la terra degli odi inestinguibili, dove serbi e albanesi si sono massacrati nel modo più brutale a partire dal 1998, agonia finale della Jugoslavia. Posti così li trovi talvolta oltre i bordelli, le bande armate, la miseria, il contrabbando, le auto blindate, in fondo a labirinti di vie buie, oltre la puzza di copertoni bruciati, la polvere di carbone e il frastuono dei generatori. Succede a Gjakove, per esempio, arcinota capitale balcanica del traffico di prostitute dell’Est – schiave destinate al “mercato” italiano, tedesco, francese – completamente gestito dalla mafia di lingua albanese.

“Non ci andare, quella è terra di briganti”, mi avevano avvertito i pochi serbi sopravvissuti in quella che fu regione autonoma della Serbia e ora è di fatto in mano albanese col beneplacito degli Usa (che vi hanno installato la più grande base militare d’Europa). Nessun di loro ci mette più piede da quindici anni, da quando Milosevic ha scatenato le forze paramilitari contro i civili provocando un esodo biblico di albanesi verso Tirana e il Montenegro, e soprattutto da quando gli “schipetari”, pochi mesi dopo, hanno dato vita a una catena sistematica di vendette etniche, riducendo i serbi a una minoranza spaurita, oggi ridotta a pochi ghetti chiamati educatamente “enclave”. Anni terribili, in cui la gente spariva nel nulla, uccisa dai rapinatori o dai trafficanti di organi. Vicende che hanno destato l’attenzione e tutt’oggi interessano il Tribunale dell’Aia e i maggiori rappresentanti politici della neonata repubblica di Kosovo. (che un giorno si siedono con i potenti della terra e l’altro dopo, sfilano come imputati nei processi sui crimini perpetrati in Kosovo contro l’umanità.) Nel 2004 furono incendiati centodieci luoghi di culto cristiani, tra chiese e monasteri. Il genocidio culturale è in atto.

E invece la sorpresa è proprio qui, nella tana del lupo, oltre i negozi “amerikani”, i ghetti dove le donne rom si danno per cinque euro, dietro gli hotel dal lusso equivoco dove si “educano” ucraine e bielorusse, in fondo a un dedalo di viuzze miserabili. Un pezzo di muro antico, una balconata, finestre ad arco dove traspare un tessuto verde con calligrafie dorate, e poi un canto apre un mondo. C’è un uomo con un tamburello e il cappello da sceicco che mi dice: “Il nostro sogno è officiare davanti a papa Francesco”, e io non posso credere a ciò che vede e a ciò che sento. Il cuore del misticismo musulmano abita qui, odiato dai fondamentalisti e ignorato dall’occidente. Il mondo dei sufi, bastione della tolleranza verso le altre religioni del libro.

Nove confraternite nella sola Giakove. Da non credere. L’uomo che ho di fronte ha lo sguardo di una dolcezza disarmante. I suoi discepoli chiudono gli occhi come in transe. Il canto in semitoni parla di separazione. La città ancora dorme quando, prima di lasciarmi prendere congedo, mi porta il dolce della festa musulmana: grano bollito nel miele, con uvetta, fichi e noci.

Nel Carshia e Madhe, cuore del borgo ottomano di Gkajove, che fu distrutto dai serbi e  dal “fuoco amico” Nato, riconosco sentieri, sguardi, trame. Ci sono i Bektashi, venuti secoli fa da Khorasan – la fucina dei maestri sufi erranti che battevano i sentieri tra Samarcanda e Bagdad. «Siamo tutti fratelli e la nostra casa è il mondo», mi dice il loro baba. Ritrovo gli Aleviti dell’Anatolia che roteano attorno al palo sacro come farfalle attorno al fuoco, un esercito di tredici milioni di anime, chiamate dai turchi “minoranza”. Riconosco  i Nakshbandi afghani, monaci sapienti come benedettini, solo che si sposano, e poi i Qaderi libici in estasi nella danza, i Rifai urlanti egiziani che si trafiggono il corpo. Ritrovo storie di vergini e santi taumaturghi, ospitalità antica, senso dello humour e  della bellezza… quella bellezza così estranea al mondo che si spalanca fuori da queste nove porte.

Perché in Kosovo oggi, è guerra anche all’estetica. Il bazooka contro gli affreschi dei monasteri,  il cemento contro i muri di mattoni crudi, le discariche a cielo aperto contro i giardini fioriti. L’irreale bellezza dei monasteri blindati e i monumenti alle auto dei comandanti dell’UCK; Madre Teresa in granito, condannata a guardare un trafficante col mitra sul piedistallo; casa bianca in miniatura e stanza ovale nell’ufficio di un sindaco a Klina; il ponte sull’Ibar a Kosovska Mitrovica, dove tra recinti di cemento armato e sacchi di sabbia, ragazzi albanesi e serbi sfilano su rive separate, sfidandosi a colpi di bandiere, trombe tzigane, molotov e pietre.

Passo accanto al cimitero serbo dissacrato, tombe sventrate. Il monastero appare nel fondovalle, nella luce del tramonto come oro fuso. Due blindati proteggono l’ingresso di Decani, la Chartres dei Balcani. Ombre nere slittano nel profumo d’incenso, sono i monaci. Ascetici, alti, barbuti, come i volti che affollano le pareti nella penombra. Si portano addosso l’odore di stalla e la leggerezza di chi sa far nascere un vitello e scrivere un icona. Il loro è un passo danzante, una tripla piroetta sotto il candelabro, fuso con le armi degli sconfitti di Kosovo Pole. Ma non siamo più a Kosovo Pole. La danza del candelabro in fiamme è la danza degli angeli intorno al Cristo Pantocratore. I monaci intonano l’inno ai Cherubini. Il canto levigato dal pensiero, accarezza i volti provati dei pellegrini serbi che strisciano carponi sotto il sarcofago del santo. Ci sono anche le uniche cinque serbe di Gjakova, tra loro Waskras, che non voleva farsi monaca perché le piacciono le telenovela su Solimano, per il quale impazzisce tutto  Belgrado, e Nada, sessantenne che ancora vuole farsi famiglia. S’inchinano sopra le icone facendo eleganti segni di croce come un invito al minuetto.

Il canto trasfigura il volto del monaco che voleva fare il filosofo, e di quello che scriveva copioni per il teatro, e anche di quello che cacciava topi e oggi ha gli occhi finti di porcellana, ma è il miglior fotografo che io conosca: passiamo ore a discutere sulle  striature rosee su un muro di Decani e dei suoi sogni a colori. Anche di quel vecchio monaco senza nome, perché secondo la tradizione monastica non conviene scriverlo. Ma io conosco ogni sfumatura di quel meraviglioso volto del  falegname che porta piccoli sgabelli ai bambini durante le interminabili liturgie, perché non si stanchino. I suoi occhi ridono ogni volta che m’accoglie quando mi precipito nel monastero, tra l’entusiasmo di essere arrivata a casa e l’imbarazzo di turbare la quiete.

Il canto va, sono alle Isole Solovki, a Lalilbela sugli altipiani etiopici, su Monte Athos, vietato alle femmine. Vi sento preghiere sufi e canzoni gitane dei Balcani, di quelle che prendono in prestito melodie da tutti e le restituiscono con le loro lune d’inverno, pance vuote, piccoli furti. Il canto dei cherubini è un inno a Bogorodica, un’adolescente di duemila anni fa che ricevette la misteriosa visita, “più venerabile….,  più gloriosa dei Serafini”, Maria, adorata nel Islam e l’unica femmina chiamata per nome nel Corano. Mi viene in mente Imet l’albanese che protegge le cinque donne  serbe a Gjakova, dalle otto alle venti per sei giorni alla settimana, e legge Stendhal  per non impazzire, per «trovarsi in un epoca più elegante  di quella di oggi, nella diversa grammatica delle parole».

L’ospite  tardivo viene condotto al refettorio. Mi offrono una pietanza speciale, dicono, per la festa del santo Re: grano bollito nel miele, con uvetta, fichi e noci. Si chiama žito. Vuol dire “il grano”, ma la radice significa anche “la vita”.

 


 

VIAGGIO AL TERMINE DEL KOSOVO, Il Venerdì di La Repubblica, 6 febbraio 2015

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